STORIA DEL RAGTIME

storia, evoluzione, tecnica della musica sincopata - 1880/2020

Anteprima del libro

  • Se vi capita di ascoltare un vecchio piano strimpellare probabilmente state ascoltando un ragtime. E non meravigliatevi se il mondo ha assorbito, soprattutto attraverso il cinema, l'immagine stereotipata del pianista: bombetta grigio perla, panciotto quadrettato, cravatta con lo spillo di diamante, una sigaretta penzolante dal suo labbro inferiore. Il periodo è quello dei Gay Nineties, gli allegri anni in cui l'orizzonte presagisce un benessere generale corroborato da un'insolita voglia di vivere. Al tutto fa da sfondo la vecchia America a cavallo tra Otto e Novecento. Questa è l'atmosfera in cui è nato il ragtime. 

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PREFAZIONE (stralcio)

Amiri Baraka (Leroi Jones)

Il ritmo sincopato, la polifonia, gli accenti spostati, co­si come l'alterazione delle qualità timbriche e gli effetti di vibrato, della musica africana servirono a trasformare in 'spiritual' neri molti 'inni bianchi'. La scala penta­tonica dell'inno bianco subì quelle 'aberrazioni' che i primi musicologi considerarono caratteristiche della mu­sica africana; anche accordi e note furono smorzati e di­minuiti di un semitono. L'incontro fra le due musiche, l'inno cristiano e lo spiritual nero, che da quello aveva preso le mosse, produsse altresì certi elementi che furono poi usati dalla musica laica. Le prime strumentazioni del jazz di New Orleans pare derivino dall'arrangiamento del­le vocalist che si esibivano nelle prime chiese di colore, le quali hanno servito anche da modello ai riffs e ai breaks della musica jazz a posteriori. Infatti la musica religiosa nera utilizzava gli stessi rags, blue notes e stop times, che avreb­bero avuto, in seguito, grande rilievo nella musica jazz.

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Tutto questo, e molto di più, è riportato con grande competenza nel libro di Gildo De Stefano interamente dedicato al ragtime. Un'opera di grande significato culturale in cui l'autore ha affrontato temi per molti ancora oscuri quali l'honkytonk e lo stride-style, oltre ad un profilo esaustivo sul massimo esponente del genere, Scott Joplin. Si tratta del primo studio, su questo specifico argomento, condotto con estrema serietà, pubblicato in Italia.

POSTFAZIONE (stralcio)

Renzo Arbore

Se chiudo gli occhi e ascolto un rag la prima cosa che mi viene in mente è un film. Beh, forse un film comico. Sì, proprio quelle comiche del tipo Stanlio e Ollio. E credo di non sbagliare dicendo che il ragtime, nell'immaginario collettivo, incarna proprio quel tipo di genere musicale, a supporto di un certo cinema muto. Un pianoforte che tintinna, apparentemente scordato, con un certo ritmo veloce, e il gioco è fatto.

Dal punto di vista editoriale, se sulla musica jazz si potesse azzardare la tesi che la misura è alquanto colma data l'abbondanza di certa letteratura saggistica al riguardo, di contro non si può affermare lo stesso per quanto attiene al ragtime. Uno stile, quest'ultimo, che a ragion veduta si può acclaratamente aggettivare come progenitore di quell'enorme fenomeno meglio conosciuto, di generazione in generazione e spesso a sproposito, col termine jazz.

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 C'è da dire, in conclusione, che con un sorprendente piglio storico-giornalistico De Stefano, attraverso testimonianze e analisi, ricostruisce in un mirabile collage cronologico, la breve, sfolgorante e drammatica vita di artisti come Scott Joplin, che hanno influenzato tutti i pianisti di jazz. Al tempo stesso ci restituisce un nitido ritratto dell'ambiente in cui Joplin, Lamb, Morton e gli altri vissero e soffrirono: l'America a cavallo tra Otto e Novecento, con i suoi bordelli e locali notturni, sale da gioco e fumerie d'oppio. E sarà proprio tra i luoghi e i personaggi, superando miracolosamente il massacro del tempo e del silenzio, che il ragtime riemerge in modo irresistibile, permeando di sé la struttura stessa del libro